Luigi Carluccio, Daniele Fissore, in “Gazzetta del Popolo”, 22 dicembre 1978

“Giorgio Seveso, che ne introduce la mostra in catalogo, scrive che Fissore, se dipinge o riproduce se stesso che fotografa, dipinge e contempla il soggetto, ciò non accade per una narcisistica e gratuita vertigine verista o iper-realista, quanto, piuttosto, per il dispiegarsi rigoroso di una tensione conoscitiva assai più vicina, concettualmente, se non nel tempo, ai postulati letterari di scrittori come Robbe-Grillet o un Bianchot ed allo strutturalismo. I saggisti come un Roland Barthes, che al gelido e mimetico sguardo neutrale della attuale pittura d’immagine Usa e dei suoi epigoni europei. Può darsi che ciò sia vero, eppure è molto difficile, proprio in vista delle commissioni di fotografia e di pittura, che Fissore realizza come se volesse dimostrare che tutto è possibile e che è anche possibile, dunque, ingannare l’occhio facendogli credere che la sua opera è fotografia, considerata la puntigliosità della resa mentre, in realtà, è in gran parte o tutta pittura diretta o pittura guidata: molto difficile, dicevo, dimenticare le immagini tutt’altro che neutre o “neutrali” di Morley, di Estès, di Sarkisian ed annullare il sospetto di trovarci, con Fissore, davanti ad un abilissimo inganno, ad un virtuosismo altissimo, ma non per questo meno pedante ed in un certo senso anche gratuito”.

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